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La peculiarità della mostra I tesori della Russia sta nel fatto che essa presenta opere di pittori russi provenienti da collezioni private di Mosca e di San Pietroburgo. Non pretende, infatti, d’illustrare in modo esauriente le vie di sviluppo dell’arte nazionale russa
né di raccontarne la cronistoria, e non consente nemmeno un giudizio completo e coerente sulla scuola pittorica russa.
Questo è del tutto naturale, trattandosi di collezioni private ove la scelta delle opere è dovuta al caso o ai gusti personali
del proprietario. Tuttavia, salvo pochissime eccezioni, le opere che ne fanno parte sono di un livello artistico abbastanza elevato
e possono servire a completare l’immagine dell’arte russa che il pubblico italiano ha potuto avvicinare visitando le recenti esposizioni dei più importanti centri museali della Russia, quali il Museo Nazionale Russo, a San Pietroburgo, e la
Galleria Nazionale Tret’jakov, a Mosca.
Ma l’importanza di questa mostra non si esaurisce qui: essa è interessante in quanto offre una rara occasione di conoscere
più da vicino il collezionismo privato russo, fenomeno ancora poco conosciuto in occidente, e di constatarne e apprezzarne
il potenziale artistico. L’importanza di questo fenomeno si evince già dal fatto che sia le citate esposizioni del Museo Russo
e della Galleria Tret’jakov sia la famosa collezione degli impressionisti del Museo Pushkin, presentata con successo a Milano,
sono nate soprattutto grazie all’entusiasmo e al gusto dei collezionisti privati.
Il contributo dei privati alla formazione dei grandi patrimoni museali, la generosità nel donare opere raccolte nel corso degli anni
ai vari enti pubblici, il mecenatismo sono certamente fenomeni internazionali. Ma in Russia — dove la storia del collezionismo
è relativamente più breve rispetto a quella europea, non superando la parentesi dei tre secoli scorsi, ricchi di burrascosi mutamenti e sconvolgimenti politici e ideologici —, tale attività, al pari di quella dei pittori e degli scrittori, supera quasi sempre i confini prettamente artistici e il suo significato non può essere circoscritto esclusivamente al campo estetico.
Per intendere questa originale sfumatura sarebbe opportuno dare uno sguardo, seppure di sfuggita, al cammino percorso
dalla cultura russa e al suo destino, comune con quello della Russia.
L’orientamento politico e culturale della Russia verso l’Europa diventa predominante solo all’inizio del Settecento.
Proprio lo zar Pietro I, noto anche come Pietro il Grande (1672-1725), fondatore di Pietroburgo, che sognava di trasformare
la Russia in un paese europeo, può essere considerato di fatto il primo collezionista russo. Lungi dall’essere un vero cultore dell’arte nell’accezione europea di questo termine, lo zar dimostrava interessi culturali che erano strettamente collegati con la sua attività pratica. Ossessionato dall’idea di creare la Marina russa, amava ornare i suoi palazzi prevalentemente con paesaggi marini, sacrificando la qualità al soggetto. Il Giardino d’Estate, parte della residenza reale al centro di Pietroburgo, da lui ideato per ospitare una raccolta di sculture, rappresentava una fiera sfida all’ordine patriarcale: l’arte scultorea era praticamente sconosciuta
in Russia in quanto vietata dalla Chiesa ortodossa. L’innovazione fu talmente sconvolgente per i gusti tradizionali che lo zar si trovò costretto a mettere guardie armate a presidio di un’antica statua di Venere. Anche un’altra iniziativa culturale di Pietro, l’istituzione della Camera delle rarità, in realtà primo museo nazionale russo, ha un sapore “programmatico” e di sfida: era un bizzarro miscuglio di opere dei maestri occidentali, oggetti d’oro provenienti dai tumuli uraliani e “mostriciattoli” conservati sotto spirito in barattoli
di vetro — ritratto fedele della personalità dell’ideatore che si sforzava di inculcare nei suoi sudditi l’interesse per l’arte e per
le scienze.
Seguendo l’esempio della Corte, pressata dal carattere irascibile e incostante di Pietro, la nobiltà russa incomincia gradatamente
a assimilare gusti, usi e costumi europei. Ben presto si verifica un autentico boom dell’importazione “selvaggia” di tappeti, tessuti, gioielli e vasellame, quadri e mobili di produzione europea, tutto ciò che sarà oggetto di collezionismo sistematico da parte
dei posteri.
Fu solo l’inizio. Già nella seconda metà del Settecento le due zarine succedute a Pietro, Elisabetta e Caterina II, per affermare
il prestigio della nuova Russia chiamata a procedere di pari passo con l’Europa fondano l’Accademia di Belle Arti (1757), l’Impresa Imperiale delle porcellane (1744), e danno origine al futuro Hermitage. Proprio per quest’ultimo, Caterina acquista in Europa intere collezioni di opere di grandi maestri e, solo occasionalmente, compra singoli quadri, non prima di avere ottenuto consigli
e approvazioni scritte da Diderot, abbinando in modo eccellente un preciso calcolo politico ai pruriti di vanagloria umana.
Durante il regno di Caterina II, che regalò ai nobili russi alcuni importanti privilegi e, sopra tutto, li affrancò dall’obbligo di prestare
il servizio statale, prendono forma le più grandi collezioni d’arte, quelle dei conti Stroganov e dei principi Yussupov,
dei conti Sheremetiev e dei principi Golicyn. Si tratta quasi sempre di opere occidentali, ma la selezione avviene con criteri
di esperienza e di gusto acquisiti grazie ai viaggi e agli studi in Europa e nelle dimensioni che solo i più ricchi magnati russi potevano permettersi. Nel tentativo di rivaleggiare con la nobiltà europea per il grado d’istruzione, lo splendore dei palazzi
e delle collezioni d’arte, essi diventano anche generosi mecenati a beneficio non tanto dei maestri russi, all’epoca poco numerosi
e non abbastanza famosi, quanto degli architetti e dei pittori occidentali, per i quali l’immensa Russia, tutta un cantiere
e una scuola, desiderosa d’immortalare la propria storia in ritratti e monumenti, costituiva un illimitato campo di esercitazione,
fonte di nuove regolari commesse, via sicura al successo e alla ricchezza.
È un’equipe veramente internazionale quella che, all’epoca, lavora in Russia: gli italiani P. Rotari e S. Torelli, gli inglesi J. Atkinson
e B. Patersen, i fratelli tedeschi Georg Christoph e Johann Friedrich Grooth, lo svedese V. Eriksen, i francesi L. Caravaque
e J.-L. Voille e tanti altri ancora. È noto il contributo degli architetti italiani B. Rastrelli, G. Quarenghi e C. Rossi alla creazione
dei complessi architettonici che hanno determinato il “volto” urbanistico di San Pietroburgo, ma occorre citare altri nomi di architetti, forse meno conosciuti, ma che rivelarono il loro talento proprio in Russia: fra gli altri, A. Rinaldi, L. Rusca, V. Brenna, G. Lucchini. Lavorare con loro era per gli artigiani russi una vera scuola di maestria professionale. È sintomatico che, grazie alle commesse private, il processo di acculturamento della nazione si estenda anche alle periferie del Paese, dove sorgono palazzi
e tenute nobiliari che, spesso, per la ricchezza delle collezioni e degli addobbi hanno poco da invidiare a quelli reali.
Sono destinati a diventare caratteristici centri di cultura in provincia, portatori dei valori di quella nobiltà illuminata russa che
si segnala per una serie di particolari hobbies: musica da camera, canto, letteratura, disegno, nozioni che insieme consentono
di spaziare agevolmente nei vari campi dell’arte. Mentre nell’alta società la lingua, la moda e la cucina francese continuano
a regnare incontrastate, in questi piccoli “nidi nobiliari”, scevri dei condizionamenti della Corte ma carichi di bellezza e poesia,
si va preparando il risveglio della cultura nazionale dell’Ottocento, epoca di A. Pushkin e N. Gogol’, I. Turghenev e L. Tolstoj,
N. Rimskij-Korsakov e P. Ciajkovskij. Anche nella pittura comincia a formarsi una scuola nazionale, ancora alquanto provinciale, priva di splendore e di spiccata originalità, ma già con caratteristiche intonazioni russe, prima nel ritratto e, successivamente, anche nel paesaggio.
L’epoca delle guerre napoleoniche, descritta da L. Tolstoj in Guerra e pace, è un nuovo importante traguardo sulla via della formazione della coscienza nazionale russa. Il prestigio mondiale della Russia si era notevolmente accresciuto grazie alla vittoria su Napoleone, eppure la ripresa sociale che si verificò all’inizio del secolo aveva un carattere piuttosto complesso.
Al sentimento patriottico si mescolava la negazione dell’assolutismo e della servitù della gleba. Il punto massimo della
fronda antizarista, che mirava alla ricerca del progresso sociale, fu toccato dal movimento dei decabristi, rappresentanti dei
ceti nobiliari. Le loro idee esercitarono un forte influsso sul carattere stesso della vita culturale dell’epoca. Nel 1801, fu fondata
la “Libera società degli amatori delle belle lettere, delle scienze e delle belle arti”. Tra i suoi soci, c’erano grandi scrittori, scienziati, artisti e collezionisti. Mancando la libertà politica, fu proprio l’arte a diventare portavoce del progresso, generando numerosi proseliti nei più larghi strati della società. Nel 1807, a Mosca, esce il primo numero di una rivista specializzata, ispirata
dai cultori dell’arte. Nel 1820, viene fondata l’“Associazione per l’incoraggiamento delle belle arti”, che si prefigge l’obiettivo
di sostenere e divulgare l’arte nazionale, organizzando mostre, lotterie (una volta fu messo in palio Il ritratto del poeta
V. Zhukovskij, opera di K. Briullov, e il ricavato venne utilizzato per riscattare dalla servitù il grande poeta e pittore ucraino
Taras Shevcenko), vendite di opere d’arte, commesse ai pittori e così via. Nasce l’idea di creare un museo dell’arte nazionale
e si fanno i primi eserimenti in tal senso, che hanno però una risonanza sociale limitata: verso il 1810, sorge il “Museo Russo”, fatica del noto viaggiatore e collezionista Pavel Svin’in, mentre nel 1825 viene fondata, presso l’Hermitage, la Galleria Russa, raramente accessibile al pubblico e abbastanza “casuale” quanto alla scelta delle opere.
Solo verso la metà del secolo scorso l’idea fu pienamente realizzata dal mercante di Mosca Pavel Tret’jakov, uomo di grande cultura e di gusti artistici raffinati. Fin dai primi anni dedicati al collezionismo, egli concepisce la futura Galleria come un museo dell’arte nazionale accessibile al largo pubblico. Tale intento ottiene solidarietà e sostegno da parte degli artisti russi: quasi tutti
i capolavori creati dai membri del più influente circolo artistico dell’epoca, quelli dei pittori Ambulanti, furono acquisiti durante la vita di Tret’jakov. Nel 1892, egli regalò alla città di Mosca 1287 quadri e 518 opere grafiche, che comprendevano anche la collezione
del fratello. Proprio Mosca, meno legata al potere ufficiale e lontana dallo snobismo aristocratico di San Pietroburgo, diventa
il centro nevralgico della vita artistica del paese. Il suo clima culturale è determinato dall’attività dei maggiori collezionisti, tra cui
i fratelli S. e P. Shukin, A. Bakhrushin, M. Morozov. Costoro, non accontentandosi di essere collezionisti “passivi” di opere famose, sono ormai in grado, grazie all’istruzione ricevuta, al proprio fiuto e all’indipendenza economica, d’improvvisarsi precursori
e conduttori del processo artistico. Ammirando le collezioni degli Shukin e di M. Morozov, che annoverano anche opere di pittori francesi non ancora riconosciuti in patria, la Russia colta scopriva le ultime tendenze dell’arte mondiale. Questo fatto ebbe
un enorme significato per l’integrazione della scuola artistica russa del primo Novecento nella corrente artistica paneuroea e per
la sua fioritura nel corso dei due decenni successivi.
La fine dll’Ottocento è il periodo di affermazione del tipico mecenatismo russo, che ebbe uno dei suoi più brillanti esponenti nella persona di S. Mamontov, ricco industriale e collezionista di Mosca oltre che cantante e scultore di talento, scherzosamente battezzato dagli amici “Savva il Magnifico”. La sua tenuta di Abramtsevo, nei pressi di Mosca, dove si riunivano, vivevano
e lavoravano i più grandi pittori russi dell’epoca tra cui I. Repin, V. Serov, K. Korovin, I. Levitan, V. Polenov e tanti altri, era un vero fulcro creativo della cultura russa, che indicava le vie da seguire non solo nel campo della pittura, ma anche nell’arte applicata, nell’attività espositiva, nell’architettura e nella vita teatrale. In modo analogo, operavano anche le Officine artistiche ospitate nella tenuta Talashkino, appartenente alla principessa Maria Tenisheva, che contribuì attivamente alla fondazione del primo Museo nazionale russo, nel 1898.
Sono note moltissime esperienze del genere e non è esagerato constatare che si tratta di un periodo d’oro nella storia
del mecenatismo e del collezionismo privato russo.
La rivoluzione del 1917 e la successiva guerra civile, anni di fame e di sfacelo totale, sconvolsero l’intero modo di esistere della Russia, arrecando danni immensi al suo retaggio culturale: ville e tenute nobiliari che custodivano preziose opere d’arte furono bruciate o saccheggiate. Le nuove autorità, che, con solerzia, avevano lanciato lo slogan “L’arte deve appartenere al popolo”,
con decreti sulla nazionalizzazione dei capolavori d’arte e sul divieto della loro esportazione, poi non erano in grado di prendersene cura, per scarsa esperienza, per mancanza di personale qualificato e per la catastrofica situazione generale.
Per supplire in qualche modo a questi inconvenienti, vennero creati numerosi “musei proletari della vita nobiliare”. Si trattava di ville e tenute abbandonate dai loro proprietari esiliati, arrestati o sfrattati. Maggiore fortuna ebbero quelle collezioni i cui proprietari godevano di un consolidato prestigio sociale, come I. Ostroukhov, pittore e proprietario di una preziosissima collezione di icone russe, V. Polenov e V. Vasnetsov, artisti che riuscirono a ottenere appositi “certificati di protezione” e furono dicharati “custodi
a vita” delle proprie collezioni.
Oltre alle collezioni pprincipesche e ai palazzi dell’alta nobiltà, anzitutto vennero confiscate le più note e consistenti collezioni prerivoluzionarie: a Pietrogrado, quelle di A. Korovin, di V. Argutinskij Dolgorukov, di E. Schwarz, di N. Tereshenko; a Mosca quelle dei Morozov, di Nosov, di Rjabushinskij, di V. Ghirshman. Nel 1921, fu creato un apposito Fondo museale con sedi a Mosca
e a Pietrogrado. Fino al 1928, esso ebbe la funzione di centro di raccolta dei valori artistici, e del loro successivo smistamento
tra i musei, particolarmente quelli periferici, più di novanta, che si erano da poco organizzati. In molti casi, questo causò
lo smarrimento dell’identità storica di singole opere, della loro titolazione, dei nomi degli autori, ma anche, vista la mancanza
dei cataloghi nei piccoli musei, della loro scomparsa, per anni, dai normali circuiti scientifici. Nello stesso tempo, parte delle opere sequestrate furono inviate alle aste internazionali, al fine di rimpinguare il tesoro dello stato. Fin dai primi anni del potere sovietico,
le autorità si arrogarono per legge il diritto esclusivo sul patrimonio artistico nazionale. E nel 1932, il potere deliberò lo scioglimento di tutte le associazioni artistiche esistenti, assicurandosi il controllo assoluto sulla vita culturale. Eppure, nonostante tutti i divieti ufficiali, sfidando il letto di Procuste del realismo socialista e, addirittura, le minacce di eliminazione fisica da parte del regime,
alcuni grandi maestri, come K. Malevich, V. Tatlin, P. Filonov e i loro discepoli, continuavano a lavorare mentre continuava
a resistere la cerchia di collezionisti che conservavano e appprezzavano le loro opere. Naturalmente, nella misura in cui gli artisti che andavano contro corrente rispetto all’ideologia dominante erano privati della possibilità di presentare ufficialmente le loro opere e, quindi, isolati dalla vita artistica nazionale, anche la cerchia dei collezionisti era destinata a restringersi, comprendendo quasi esclusivamente singoli esponenti del mondo dell’arte, sostenitori o, più sempplicemente, amici e parenti. In questi casi, anziché
di collezionismo si dovrebbe parlare di atti di coraggio politico e civile, d’indipendenza intellettuale manifestata da coloro che, esposti ogni giorno alla delazione, con conseguente arresto (sorte questa, toccata ai pittori Ermolaieva, Tatlin, Drevinz e tanti altri, finiti nei lager staliniani), riuscivano a nascondere e a conservare nelle loro anguste stanzette, sparpagliate all’interno
di enormi coabitazioni, tutto ciò che, secondo loro, rapppresentava la gloria dell’arte russa.
Solo in questi ultimi dieci anni, grazie ai mutamenti politici verificatisi nel paese, per la prima volta abbiamo potuto ammirare
e apprezzare il significato delle collezioni private, che vantano un gran numero di opere appartenenti alla cosiddetta “arte
non ufficiale”, la cui carenza costituisce, invece, una vistosa lacuna nei patrimoni dei più grandi musei della Russia.
In modo diverso, ma non meno drammatico, si sviluppavano i rapporti tra il potere ufficiale e un’altra categoria di collezionisti, quella tradizionalmente orientata sull’antiquariato e sulle opere dei grandi maestri del passato. In questo caso, lo stato si sentiva leso
nel suo diritto assoluto di possedere e di manipolare i valori artistici; veniva scalfita la normativa egalitaria secondo cui qualsiasi manifestazione del gusto individuale, della passione per il bello, dell’interesse per la storia del passato era tacciata come fenomeno d’imborghesimento e, quindi, ideologicamente aliena.
Il collezionismo come tale non era necessariamente messo al bando, ma era, comunque, rigidamente regolamentato e controllato dallo stato. Così, fino alla fine degli anni sessanta, la compravendita di oggetti di artigianato era ammessa solo attraverso i negozi statali, il cui numero, in quegli anni, si era ridotto a due: uno a Mosca e l’altro a Leningrado.
Inoltre, il diritto di collezionare ufficialmente preziose opere d’arte era diventato un particolare privilegio del quale, oltre alle varie onorificenze e ad altre amenità della vita, potevano godere esclusivamente gli alti funzionari dello stato o quei rappresentanti
della parte più elitaria dell’intellighenzia scientifica e artistica che dimostrassero la propria lealtà al regime. Vi era in tutto ciò anche
un certo calcolo diplomatico, in quanto proprio a questo ristretto gruppo era affidato il compito di rappresentare il paese all’estero.
Qualche volta, alla morte del titolare, la casa che ospitava la collezione acquisiva lo status di “appartamento-museo”,
come per esempio, quella del primo presidente dell’Accademia di Belle Arti dell’URSS, Isaac Brodskij, a Leningrado, o quella dello scrittore Aleksej Tolstoj (omonimo del grande romanziere), a Mosca: tali erano le dimensioni e il livello qualitativo delle loro collezioni. Spesso, mentre impazzavano le persecuzioni staliniane, le opere d’arte finivano per condividere il destino dei loro proprietari.
Così, nel 1918, quando fu arrestata insieme con il marito, generale dell’Armata rossa, la famosa cantante folk Lidija Ruslanova,
la sua collezione di quadri fu confiscata e consegnata alla Galleria Tret’jakov. Ma questa è una delle rare vicende dall’esito relativamente positivo: riabilitata nel 1953, dopo la morte di Stalin, la cantante fu liberata e i suoi beni le furono restituiti.
Questo fu possibile grazie all’immensa popolarità della Ruslanova e non certo a un cambiamento radicale del sistema carcerario, come dimostra la triste sorte toccata a altri collezionisti meno famosi e spogliati di tutti i loro averi dopo anni di lager e di esilio forzato.
Anche dopo la rivoluzione, questa categoria di collezionisti “medi” restò abbastanza rappresentativa. Negli anni venti e trenta, erano ancora attivi numerosi negozi di antiquariato e lo stato vendeva all’asta i beni confiscati ai privati, comprese opere d’arte
di grande valore, circostanza spesso trascurata dagli operatori del commercio, che solo raramente erano abbastanza competenti. Proprio allora, incomincia la storia di alcune imponenti collezioni russe, che esistono tutt’oggi. Di solito, per diventare collezionisti, oltre alla passione per l’arte e un certo grado d’istruzione, occorreva essere relativamente benestanti. In quegli anni, lo erano
in particolare alcune categorie: medici, avvocati, professori universitari che, in virtù dell’istruzione ricevuta, mantenevano ancora stretti legami con la tradizione della cultura prerivoluzionaria. Nei loro appartamenti, erano gelosamente conservati quadri e libri, mobili e porcellane. Questi piccoli “musei domestici”, le cui collezioni si completavano solo occasionalmente, per lo più con oggetti d’arte applicata, erano destinati esclusivamente a uso privato e i loro proprietari, ben consapevoli dell’effettivo valore, erano lungi dal pubblicizzare quel loro hobby. Inoltre, era anche una forma di risparmio, non molto sicura in un paese dove non si era certi
del proprio futuro, ma non per questo inutile. Basti dire che durante la guerra scoppiata nel 1941 nella Leningrado assediata
e morente di fame e di freddo, si riusciva a “scambiare” al mercato nero un quadro, un ninnolo prezioso o una posata d’argento con un pezzo di pane o un po’ di legna.
I mutamenti politico-ideologici verificatisi nel paese nella seconda metà degli anni cinquanta, dopo la morte di Stalin, pur non avendo intaccato il sistema dei rapporti tra lo stato, da una parte, e gli artisti e i collezionisti dall’altra, hanno tuttavia contribuito a una certa liberalizzazione della vita culturale. Le vittime delle persecuzioni staliniane sono state reintegrate nei loro diritti, ma questo
non è bastato a ridare la vita ad alcuni di loro né a restituire beni ad altri. Alcuni pittori, come per esempio R. Fal’k o L. Tjshler,
che erano caduti nell’oblio, hanno finalmente ottenuto il diritto di organizzare le loro mostre personali. Poco alla volta, cominciava
a cambiare l’atteggimento ufficiale delle autorità nei confronti di alcuni maestri che avevano lasciato il paese dopo la rivoluzione: Aleksandr Benois, K. Somov, K. Korovin, M. Dobuzhinskij. Tutto ciò ha comportato una rivalutazione di molti fenomeni della cultura russa del Novecento e, come conseguenza, l’accresciuto interesse da parte degli enti statali per la collaborazione
con i collezionisti privati che, spesso, non solo possedevano notevoli collezioni di opere d’arte di pittori fino a quel momento perseguitati, ma si rivelavano più competenti per gli aspetti scientifici.
Per la prima volta, l’attività dei collezionisti è stata riconosciuta “socialmente utile” e ha ottenuto uno status ufficiale confermato
dalla militanza nelle ricostituite associazioni di livello nazionale. Mentre era ancora proibito ai privati vendere opere d’arte senza passare per i negozi statali, il regolamento delle nuove associazioni consentiva ai soci di scambiarle tra loro, e questo
ha certamente galvanizzato il mercato artistico coinvolgendo nuovi soggetti che, negli anni sessanta e settanta, sono riusciti
a raccogliere formidabili collezioni di quadri e incisioni, libri antichi e icone. In che modo? Dove? Con quali mezzi, tenuto conto
dei bassissimi salari vigenti allora in Russia? È impossibile rispondere a tutti questi interrogativi in modo breve e univoco,
dal momento che la storia di ciascuna collezione e di ciascuna opera che ne fa parte è unica nel suo genere.
La situazione è rimasta immutata fino alla fine degli anni ottanta, vale a dire fino all’inizio della perestrojka, che ha interessato tutti
i settori della vita nazionale, compreso il collezionismo. I privati hanno potuto inaugurare gallerie, aste e negozi di antiquariato, facendo così rinascere il vero mercato dell’arte, caduto nel dimenticatoio fin dal 1917. È venuta alla ribalta una nuova categoria
di mecenati e di collezionisti: grandi banche private, ricchi imprenditori che, se anche non dispongono sempre di un alto livello culturale e non manifestano lo stesso autentico interesse per l’arte dimostrato dai loro predecessori, sono dotati dei mezzi necessari per acquistare opere d’arte non solo in Russia ma anche all’estero.
Paradossalmente, nella difficile realtà della post-perestrojka, mentre sul paese si abbatteva l’ondata del pragmatismo quotidiano,
la tanto agognata libertà non ha scatenato l’ispirazione creativa degli artisti e non ha garantito vita tranquilla ai collezionisti:
a trionfare è il concetto universalmente condiviso dell’arte come strumento di lucro.
A prescindere dal problema della creatività, oggi, l’esistenza delle collezioni e dei loro proprietari è resa difficile non più dalle ingerenze da parte dello stato, ma, al contrario, dalla mancanza della dovuta sollecitudine in materia di tutela e di protezione
di fronte ai sempre più numerosi furti e ricettazioni. In questo quadro, appare velleitario, quasi ottocentesco, il progetto, già messo
a punto ma mai concluso per le lungaggini burocratiche, di fondare a Mosca un museo delle collezioni private. Il progetto fu ispirato dal compianto M. Zilberstein, noto storico letterario e collezionista, che ha donato la sua ricchissima collezione al fondo del futuro museo. Come lui, altri collezionisti erano mossi da quell’ampiezza di orizzonti culturali che trascura gli interessi egoistici a beneficio di quelli universali. Questa impostazione oggi non ha seguito, nemmeno nelle istituzioni statali: la sollecitudine nei confronti delle collezioni private rimane un affare esclusivamente privato. E a quelli che abbandonano con disinvoltura i valori del passato, sacrificandoli alla moda del momento, che cambiano idee e gusti solo per tornare poi, con gli anni, a riammirare nostalgicamente
la bellezza delle epoche precedenti, fa da contraltare la figura del collezionista-custode del passato, personaggio fuori dall’epoca, sovranazionale per sua natura.
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